I Granatieri della Guardia Reale: un corpo d’élite napoletano.
- Domenico Lopes
- 5 lug 2025
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Nel cuore dell’Ottocento napoletano, attraversato da guerre, rivoluzioni e sogni d’unità, si intrecciano le storie dimenticate di uomini fedeli a un mondo che stava per tramontare. Vite vissute al servizio del trono borbonico, culminate nella sconfitta di Gaeta e proseguite in un’Italia unificata ma non sempre pacificata.
Istituiti nel 1734 con l’ascesa di Carlo di Borbone, i Granatieri della Guardia Reale erano selezionati per forza, altezza e disciplina. Simbolo della fedeltà alla corona, nel XIX secolo erano suddivisi in due reggimenti con sede a Napoli e dotati di:
Uniformi blu scuro con alamari dorati, pantaloni bianchi e shakò decorato
Armi a percussione, tra cui il fucile Mod. 1845
Addestramento cerimoniale e operativo, con compiti sia in battaglia che a corte
Nel biennio 1848–49, i granatieri repressero le rivolte costituzionali e parteciparono alla campagna in Sicilia. Ma la loro prova decisiva giunse nel 1860 con la spedizione dei Mille:
Settembre 1860: i Granatieri sono a Capua, sul fronte del Volturno
1° Reggimento Granatieri
2° Reggimento Granatieri

1–2 ottobre 1860: partecipano alla Battaglia del Volturno, resistenza eroica ma vana
1° Reggimento Granatieri
2° Reggimento Granatieri
5 novembre 1860: si ritirano a Gaeta per un'ultima difesa del regno
1º Reggimento della Guardia Granatieri ( = 38u+1393s)
2º Reggimento della Guardia Granatieri ( = 42u+1468s)
3º Reggimento della Guardia Cacciatori ( = 42u+1636s)
L’assedio di Gaeta (novembre 1860 – febbraio 1861)
Ultimo atto della monarchia borbonica. Circondati da forze piemontesi, 12.000 soldati, tra cui i granatieri, difendono la fortezza accanto a Francesco II e Maria Sofia. La città subisce:
Oltre 100.000 colpi d’artiglieria
Carestia e malattie
La resa il 13 febbraio 1861, dopo 102 giorni di resistenza

Eredità dimenticata
Dopo il 1861, i granatieri furono sciolti. Molti rimasero legati al legittimismo borbonico e vissero in una monarchia interiore mai abdicata. Oggi, grazie a foto, documenti e voci familiari, possiamo restituire voce e dignità a queste esistenze mai celebrate.

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